Spagna condannata dal Tribunale dei Diritti umani di Strasburgo per non indagare su un caso di tortura

La sentenza è stata resa nota oggi. Il caso è quello di Aritz Beristain, giovane basco arrestato insieme a una decina di giovani nel settembre del 2002 per episodi di guerriglia urbana , la cosiddettaKale borroka. Il corpo di sicurezza che viene accusato è la Guardia civil. Beristain presentò una denuncia dopo il periodo di incomunicacion (cinque giorni senza assistenza legale prorogabili per ordine di un magistrato). Secondo il racconto del giovane gli agenti lo picchiarono procurandogli una ferita all'altezza della mandibola. Il giovane, in effetti, fu trasportato in ospedale dove gli riscontrarono una ferita lineare di 1.5 centimetri sul lato destro del viso. Nel tragitto fra San Sebastian e Madrid (i detenuti non possono essere giudicati da tribunali baschi, ma devono passare dall'Audiencia nacional competente per reati di terrorismo) il giovane ha denunciato di essere statosottoposto alla bolsa (una specie di guaina in gomma che viene applicata sul viso in modo tale da provocare asfissia), di aver ricevuto minacce contro la famiglia, di aver ricevuto colpi con una pistola arrivato ormai a Madrid e sempre in un luogo della capitale di essere stato violentato, con l'introduzione di un oggetto nell'ano.

Il Tribunale europeo scrive che i diritti all'integrità fisica e psicologica di Beristain sono stati violati, oltre al fatto di trovarsi in una situazione in cui non è stata garantita la protezione oggettiva dovuta da giudici e tribunali. Indica, inoltre, che i referti medici elaborati nei giorni di arresto preventivo riportavano notizie di lesioni, ma che non fu svolta nessuna attività di indagine supplementare.

"Quando una persona denuncia di aver sofferto per mano della polizia o di altri servizi dello Stato, gravi danni è doverosa una indagine ufficiale", scrive la corte. Il tribunale ha condannato lo Stato spagnola a una multa di 23mila euro.

Il caso di Aritz Beristain fa notizia in maniera paradossale: sono centinaia le denunce di tortura che non arrivano nemmeno all'udienza preliminare in Spagna. Più volte organizzazioni internazionali e umanitarie hanno chiesto una riforma della legge antiterrorista, che nei cinque giorni prorogabili di incomunicacion permette che chi viene fermato venga lasciato in un limbo giuridico in cui è impossibile verificare quali siano i trattamenti messi in atto dagli agenti. Le denunce riguardano anche i cosiddetti 'avvocati di ufficio' che nella quasi totalità dei casi non osano denunciare gli effetti visibili delle denunce, con una omertà che copre i responsabili delle torture.

Il terrore che viene utilizzato dai corpi antiterrorismo della Guardia civil è lo strumento principale per ottenere la firma del fermato in fondo a un documento auto-accusatorio, in cui spesso la vittima cede psicologicamente e fisicamente arrivando a sottoscrivere dichiarazioni in cui, oltre a ad accusare sé stesso, accusa anche altre persone. Un ciclo che si propaga senza possibilità di interruzione. Il giudice Baltasar Garzon, bestia nera del nazionalismo basco, solo dopo lunghi anni arrivò a formulare una richiesta di videoregistrazione degli interrogatori. Un meccanismo che non è mai stato attuato nelle celle delle caserme della Guardia civil.

L'associazione basca contro la tortura ha denunciato che nel caso delle donne che vengono fermate e torturateil 100 per cento dei casi dichiara di aver subito violenze di tipo sessuale o sessista.

Paese Basco: torturarono prigionieri baschi, condannati 4 poliziotti spagnoli

(31 Dicembre 2010)

Giunge al termine il processo, iniziato lo scorso 25 ottobre, nel quale furono processati 15 Guardias Civiles con accuse di torture nei confronti di due prigionieri politici baschi, Martin Sarasola e Igor Portu. I due, detenuti nel 2008, denunciarono infatti numerose torture subite dal momento della loro detenzione, fino alla fine dei primi cinque giorni di isolamento. 
L'Audiencia Provinciale di Gipuzkoa, ha emesso la sentenza con la quale vengono condannati quattro dei quindici Guardia Civiles processati sulla base delle numerose prove di tortura che i due prigionieri subirono. In particolar modo, la sentenza – che considera veritiere le dichiarazioni realizzate da Portu e Sarasola – ha condannato il sergente del Gruppo di Azione Rapida (GAR) Juan Jesus Casas Garcia, a capo dell'operazione di detenzione, a quattro anni di prigione per un delitto di torture gravi, ad altri sei mesi come autore di un delitto di lesioni, e a otto anni di inabilitazione assoluta. 
Condannati anche il capo del GAR, José Manuel Escamilla Martín, un agente dello stessa unità operativa, e un Guardia Civil. Per loro le condanne si aggirano intorno ai due anni e sei mesi di prigione, confermando la loro colpevolezza nei delitti di torture gravi e lesioni. Il tribunale inoltre impone ai due agenti di più alto grado, un risarcimento di 18.000 euro a Portu per il danno fisico e psichico, mentre i due agenti e il sergente dovranno versare 6.000 euro di indennizzo nei confronti di Sarasola. 
La sentenza ha ratificato che i primi colpi, accompagnati da insulti, sono stati inferti ai due detenuti subito dopo il loro arresto, all'interno della macchina che li trasportava. Imboccata una strada sterrata, e isolati da qualsiasi centro cittadino e trafficato, in mezzo a monti e foreste, avvennero le prime torture. Sarasola fu tirato giù dalla macchina e minacciato ripetutamente con una pistola alla tempia, oltre a ricevere diversi pugni e calci in tutto il corpo. L'ordinanza afferma inoltre che Portu, il quale si trovava in un altra macchina, e i Guardia Civiles che erano con lui, videro come Sarasola fu condotto giù per il monte, e che sentirono un rumore molto forte che “per le sue caratteristiche, poterono associare a uno sparo”. 

Dopo aver riportato Sarasola al veicolo, la stessa cosa, con le stesse dinamiche toccò a Portu: oltre ad essere picchiato ripetutamente, gli misero più volte la testa in acqua, mentre gli domandavano se era dell'ETA. Nei momenti che seguirono, non ci fu nessuna riserva per i Guardia Civiles nel dire chiaramente che quelli erano solo “i primi cinque minuti e che avevano cinque giorni per fare di lui quello che volevano”. Cinque sono il massimo dei giorni durante i quali, i prigionieri e le prigioniere politiche basche possono restare in isolamento, secondo la normativa spagnola vigente. 
Igor Portu non ha avuto modo di resistere alle torture subite fino alla fine dei cinque giorni. Ore dopo, infatti fu ricoverato in ospedale in terapia intensiva, nel quale rimase per i 27 giorni successivi.

Infoaut

SCOPERTO IL CADAVERE DEL MILITANTE DI ETA JON ANZA

Ma molte cose ancora non tornano

Dopo l’annuncio della presenza di un corpo nella camera mortuaria di Toulouse, sono terminate le speculazioni, e la maggior parte dei mezzi di informazione spagnoli ha rotto un silenzio di quasi un anno per affermare che il corpo apparteneva al militante di Donostia, Jon Anza.
La prima notizia è stata appresa alle 18.45 nel notiziario del canale francese FR3. Citando “fonti non ufficiali”, France 3 ha riferito che Jon Anza arrivò a destinazione, Toulouse, il 18 aprile e una volta lì, ma undici giorni più tardi, undici giorni in cui nulla è stato detto, svenne e fu trasferito all’ospedale Purpan, dove rimase per una settimana prima di morire. Il corpo sarebbe stato portato all’obitorio, dove, sempre secondo il mezzo televisivo, “è stato identificato adesso.
Un dispaccio AFP, citando fonti vicine alle indagini di Bordeaux, ha indicato tuttavia che, senza ombra di dubbio, fu trovato morto per la strada senza che fosse identificato alla fine di aprile 2009.
Appresa la notizia, Gara si è messa in contatto con l’avvocato di famiglia, che ha mostrato il suo “stupore per la velocità insolita” con cui alcuni media hanno dato per scontato che fosse il corpo di Anza. L’avvocato Maritxu Paulus-Basurko ha confermato che ieri nel tardo pomeriggio, pochi minuti prima che la notizia approdasse in televisione, la polizia francese si è messa in contatto con la famiglia per avvertirla che aveva individuato un corpo nell’obitorio di Toulouse che poteva essere quello di Anza, che stavano facendo i rilievi del caso per determinare l’identità del cadavere ma che i risultati non sarebbero arrivati prima di stamani.
Ed è stato proprio Gara ad informare il fratello di Jon Anza, Koldo, pochi minuti prima che fosse la polizia giudiziaria ad informarlo direttamente.

Undici giorni e undici mesi
Secondo la versione data dalla polizia ai familiari, il 29 aprile 2009, undici giorni dopo la scomparsa di Jon Anza, i vigili del fuoco di Toulouse ricevettero una telefonata di segnalazione che una persona era stata gravemente ferita in strada, e che la stessa camminava disorientata con sintomi di infarto.
Dopo i tentativi di rianimazione, secondo la versione della polizia, i vigili del fuoco avrebbero portato quella persona all’ospedale Purpan, dove morì tredici giorni dopo, il 11 maggio. Secondo la polizia giudiziaria, il corpo trovato nella camera mortuaria a Tolosa undici mesi portava “un giubbotto di pelle nera, simile a quello Anza, le scarpe della stessa marca, due biglietti del treno e una cicatrice sulla testa.” Il rifugiato politico di Donostia davvero aveva una cicatrice in testa a seguito di un intervento chirurgico al quale fu sottoposto per la sua grave malattia. […]

Dati contrastanti
In poco meno di un’ora, vari mezzi di informazione spagnoli hanno diffuso la notizia, affermando con certezza che era il corpo di Jon Anza. Contraddicendosi però l’un l’altro su date, dettagli e tutto ciò che sarebbe accaduto dopo il presunto arrivo a Toulouse del militante nazionalista, avvenuto presumibilmente il 18 aprile. Il sito web di RTVE ha assicurato, alle 8 di ieri sera, senza citare le fonti, che il corpo di Anza “è rimasto nella camera mortuaria a Tolosa dal 11 maggio 2009” ed era stato identificato “dopo aver subito un controllo incrociato delle impronte digitali” che ne confermavano l’identità. TVE, la rete pubblica spagnola, sempre senza citare la fonte delle informazioni, ha aggiunto che “il 29 aprile 2009, alle ore 23, Jon Anza era apparso su una panchina di Toulouse dopo aver sofferto un attacco cardiaco e che “i servizi sanitari francesi lo attesero e lo ricoverarono in un ospedale, dove morì 13 giorni dopo, l’11 maggio”. La versione invece offerta alle 20,13 dall’agenzia Europa Press coincide sulle date con RTVE, questa volta citando “fonti di antiterrorismo”, aggiungendo che “nelle prossime ore si effettuerà l’autopsia e il test del DNA per avere la conferma definitiva”. Secondo l’agenzia, la notte del 29 aprile dello scorso anno Anza si trovava senza documenti, disorientato e con sintomi di infarto in un parco della città. Portato in ospedale dai servizi sanitari, morì 15 giorni dopo”. Aggiungendo inoltre che “le circostanze e le fonti citate escludono ogni ipotesi di morte violenta, come denunciato in questi ultimi mesi dalla Izquierda Abertzale (la sinistra indipendentista). […]
Se queste informazioni venissero confermate, il pubblico ministero di Bayonne che indagava sul caso dopo la denuncia fatta dalla famiglia Anza lo scorso 17 maggio avrà gravi difficoltà per spiegare la scoperta del corpo di Anza oggi, undici mesi dopo.

Tortura. Relatore speciale Onu contro lo Stato spagnolo

postato 1 giorno fa da PEACE REPORTER
Ennesima raccomandazione per Madrid, che non cambia le ‘procedure’ – Il relatore speciale per la tortura delle Nazioni unite, Manfred Nowak, ha reso pubblico un documento in cui si dirige alle autorità spagnole. La raccomandazione espressa dal relatore riguarda soprattutto il periodo di incomunciacion che segue all’arresto: cinque giorni, prorogabili, in cui gli arrestati scompaiono e non possono avere contatti con nessuno. Sono i cinque giorni in cui, secondo decine di denuncie, avvengono spesso torture fisiche e psicologiche nei commissariati della guardia civil e in alcuni casi anche della polizia basca. Nowak scrive che questa disposizione dell’incomunicacion “vulnera le garanzie proprie di uno Stato di diritto contro le torture e maltrattamenti. Per questo reitera la sua preoccupazione per la limitazione di alcune garanzie durante questo periodo di tempo”.Nel documento, inoltre, si segnala che le denuncie di tortura non avvengono solo dirante gli interrogatori ma anche nel tragitto che devono compiere gli arrestati verso Madrid, dove ha sede l’Audiencia Nacional, il tribunale speciale spagnolo. Il relatore speciale delle Nazioni unite denuncia anche che la dispersione che si applica ai prigionieri politici baschi “presenta un rischio e un peso economico per la famiglia e in alcuni casi diviene un ostacolo per la preparazione della difesa dei detenuti”. La dispersione fu inaugurata negli anni 80 dai governi socialisti e continua a essere applicata. Sono sedici i familiari morti negli ultimi mesi per incidenti stradali legati alle lunghe percorrenze che si devono sobbarcare per avere 40 minuti di colloquio con i propri parenti.

Bilbao: in 44mila per i diritti dei prigioneri politici baschi

03.01.2010

"La manifestazione più grande degli ultimi anni nei Paesi Baschi".

Così è stata definita la mobilitazione di ieri a cui hanno preso parte più di 44mila persone che hanno sfilato per le centralissime strade bilbaine denunciando la "criminale" politica penitenziaria attuata dagli Stati francesi e spagnoli nei confronti dei prigionieri e delle prigioniere politiche basche. Una politica che non trova spazio per il rispetto dei diritti dei prigionieri politici che vengono costantemente violati.

Il divieto imposto alcuni giorni fa da parte dell’Audiencia Nacional spagnola alla manifestazione indetta dall’associazione dei famigliari dei prigionieri politici baschi -Etxerat- non è riuscito a fermare la mobilitazione. A questa proibizione dello Stato spagnolo è succeduta una nuova convocazione, da parte di diverse forze politiche -Eusko Alkartasuna, Aralar, Alternatiba, Abertzaleen Batasuna y Izquierda Abertzale- che hanno oltremodo presentato una querela al Tribunale Speciale. Solo un’ora prima dell’inizio della manifestazione, Madrid informava che tale manifestazione non sarebbe stata proibita.

A voce alta a Bilbao migliaia di persone hanno quindi voluto denunciare il mondo sommerso dei prigionieri politici e dei loro cari: la dispersione, l’isolamento, le botte, le torture, i trasferimenti "arbitrari", il divieto delle comunicazioni, i migliaia di chilometri che i famigliari devono percorrere, gli incidenti stradali nei quali perdono la vita, i controlli di polizia a cui sono sottoposti…

Allo stesso modo si è voluto ricordare come gli apparati repressivi vogliano annichilire e azzittire la solidarietà nei confronti dei prigionieri politici baschi. Dagli ultimi provvedimenti messi in atto contro l’esposizione di foto di quest’ultimi, per culminare con l’ultimo divieto imposto all’associazione Etxerat, è innegabile che attualmente in Euskal Herria vi sia una vera e propria campagna che tenta di criminalizzare il sostegno e la solidarietà alle 746 persone che fanno parte del Collettivo dei Prigionieri Politici Baschi.

Al termine della manifestazione, conclusasi davanti al municipio di Bilbao, due famigliari presero parola per denunciare le aggressioni e le violazioni a cui sono sottoposti tanto i prigionieri politici quanto i famigliari. Le loro parole non si sono però fermate alla denuncia della situazione attuale, ma hanno dimostrato la forza e ribadito la volontà nel proseguire il loro cammino nonostante le difficoltà che l’incremento della repressione suppone.

http://www.infoaut.org/articolo/bilbao-in-44mila-per-i-diritti-dei-prigioneri-politici-baschi

Gb apre inchiesta su torture a detenuti irlandesi negli anni 70

 
Gb apre inchiesta su torture a detenuti irlandesi negli anni 70

Roma, 22 dic (Velino) – Emergono inquietanti verità sul comportamento dei soldati inglesi in Irlanda del Nord negli anni Settanta. Dopo una sentenza che lo aveva condannato all’impiccagione ricevuta nel 1973, poi commutata in ergastolo, e 17 anni passati dietro le sbarre, si riapre il caso di Liam Holden, ritenuto colpevole di aver ucciso un soldato sulla base di una confessione non firmata. La giuria, allora, non credette alle parole di Holden, che sostenne di aver confessato solo dopo che i soldati avevano praticato su di lui la tecnica del ‘waterboarding’, l’annegamento simulato, diventata tristemente nota dopo le ammissioni dei dirigenti della Cia sul trattamento dei detenuti di Guantanamo. La Criminal Cases Review Commission (Ccrc) ha ora rispedito il caso di Holden alla Corte d’appello.


La commissione ritiene infatti di possedere nuove prove sul caso. Inoltre, i suoi membri si sono detti assai dubbiosi “sull’affidabilità e l’ammissibilità della confessione”. “Ho parlato quando mi hanno messo un panno sulla faccia e mi hanno versato acqua attraverso bocca e naso dandomi l’impressione di annegare”, ha spiegato Holden. Il cui caso diventa molto più credibile in quanto gli avvocati hanno identificato un altro detenuto che ha rivelato di aver subito lo stesso trattamento. Quest’uomo, di cui non sono note le generalità, avrebbe riferito a un medico nell’aprile 1978 che i soldati inglesi del Royal Ulster Constabulary gli avrebbero versato grandi quantità di acqua attraverso naso e bocca con un asciugamano posto sulla testa. Un racconto dunque del tutto coincidente con quello di Holden e al quale l’ex detenuto ha aggiunto: “Era davvero terrorizzante e fu ripetuto molte volte”. Da notare che l’uomo sottoposto a questa tortura fu alla fine rilasciato senza alcuna accusa. La Ccrc afferma infine di avere la testimonianza di un terzo uomo che sostiene di aver subito il waterboarding nei primi anni Settanta. Il Guardian segnala anche che questi tre casi sono avvenuti tutti dopo il marzo 1972, data in cui l’allora primo ministro Ted Heath mise al bando cinque altri metodi di tortura successivamente condannati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo in quanto disumani e degradanti: l’incappucciamento, la fame, la privazione del sonno, i rumori eccessivi e costringere i detenuti a restare a lungo in posizioni molto stressanti.

Holden aveva 19 anni quando fu catturato a Belfast nell’ottobre 1972 per l’uccisione di Frank Bell, il centesimo soldato inglese morto in Irlanda del nord quell’anno. A nulla è servito l’alibi da lui fornito, secondo cui, al momento della morte di Bell, giocava a carte col fratello e altri due amici in un posto pubblico. Holden, tra l’altro, ha raccontato di essere stato portato dai militari inglesi in una base di Black Mountain, a ovest di Belfast, dove sarebbe stato picchiato, ustionato con cicche di sigaretta, incappucciato e minacciato di morte. Pur non avendo mai parlato di ‘waterboarding’ usando questo termine, l’accusato, secondo quanto riferì il Belfast Telegraph del giorno dopo, disse chiaramente alla giuria di essere stato inserito in una cabina dove sei uomini gli avrebbero messo un asciugamani in testa per poi versargli acqua attraverso il naso e la bocca. “Sono quasi svenuto”, avrebbe detto Holden secondo il giornale. “Stavo annegando, non riuscivo a respirare. È andata avanti per un minuto”. Poco dopo, avrebbe aggiunto, il trattamento sarebbe stato ripetuto.

Alla stessa corte, un sergente del Reggimento paracadutisti dell’esercito britannico avrebbe invece assicurato che la confessione di Holden sarebbe stata rilasciata in seguito a un normale interrogatorio. Il ministero della Difesa rifiutò di confermare o smentire l’ipotesi che i soldati britannici avessero ricevuto l’ordine di utilizzare la tecnica dell’annegamento simulato per “ragioni di sicurezza operativa”. Tuttavia, sono numerose le testimonianze di prigionieri irlandesi che sostengono di aver subito questa tortura. E alcuni ufficiali inglesi hanno raccontato al Guardian di aver subito la stessa tecnica durante il loro addestramento. Circostanza confermata nel 2005 da Rod Richard, ministro dell’ormai disciolto ufficio gallese, che ha confessato a sua volta di aver subito questo trattamento come parte del proprio apprendistato nelle tecniche di contro-interrogatorio. Ce n’è dunque abbastanza per favorire l’apertura di un’indagine seria su questi fatti. E per Holden, rilasciato nel 1989, potrebbe profilarsi un cospicuo risarcimento.