Spagna/ Codice militare bandisce insulti razzisti e omofobi

Possibile espulsione per i recidivi
postato 5 giorni fa da TMNews

Roma, 1 giu. (TMNews) – Il nuovo codice penale delle forze armate spagnole approvato dal Consiglio dei Ministri punisce gli insulti xenofobi, razzisti, omofobi e maschilisti con dieci giorni di sospensione senza stipendio, mentre qualsiasi atto di discriminazione viene considerato colpa grave (punibile con l’arresto): per i recidivi è possibile anche l’espulsione dall’arma di appartenenza.
Come riporta il quotidiano spagnolo El Pais, tra le novità figura anche l’estensione alle amministrazioni e alle bandiere regionali (quindi anche quella catalana o basca) del reato di vilipendio.
Inoltre, viene considerata una colpa grave la mancata osservanza delle norme internazionali nelle missioni all’estero, nonché la mancata obbedienza agli ordini di superiori appartenenti ad eserciti di altri Paesi ma dai quali i militari spagnoli dipendano nel quadro di organizzazioni od operazioni multinazinali.

Miles de personas reivindican que Euskal Herria es una nación

REIVINDICACIÓN NACIONAL

Miles de personas se han dado cita esta tarde en Donostia para reivindicar el reconocimiento de la identidad y el derecho de autodeterminación de Euskal Herria y en apoyo al pueblo catalán. Los convocantes han subrayado que “no van a lograr bloquear las ansias de cambio de la sociedad vasca” y han llamado a agentes políticos, sociales y sindicales a trabajar para “tejer alianzas” y “caminar en la misma dirección”.
10/07/2010 17:57:00
Irudi hau haunditu

La movilización ha reunido a miles de personas. (Andoni CANELLADA/ARGAZKI PRESS)
DONOSTIA-. La movilización ha partido del Antiguo hacia las 17.40, entre aplausos y encabezada por una pancarta con el lema principal, “Nazioa gara. Autodeterminazioa”, portada por una decena de ciudadanos y ciudadanas vascas anónimas.
Tras ellos se sitúan una ikurriña y una senyera, y después los representantes de las organizaciones convocantes. Oskar Matute, Jonathan Martínez (Alternatiba), Rufi Etxeberria, Txelui Moreno, Eugenio Etxebeste, Ainhoa Etxaide (izquierda abertzale), Pello Urizar, Ikerne Badiola, Koldo Amezketa, Unai Ziarreta y Maiorga Ramírez (EA) son algunas de las caras conocidas que marchan junto a otras miles de personas que se han sumado a la revindicación de los derechos de los pueblos vasco y catalán.
A medida que avanzaba por el túnel y por el paseo de La Concha, cientos de personas se han sumado a la movilización.
“Independentzia” y “Euskal presoak Euskal Herrira” son algunos de los lemas que más se han coreado en la marcha, en la que había numerosas ikurriñas y también “senyeras”.
A su llegada al Boulevard, Jonathan Martínez (Alternatiba), Juanjo Agirrezabala (EA), Marian Beitialarrangoitia (izquierda abertzale) y la representante de la Plataforma pel Dret de Decidir Elisenda Paluzie han leído un manifiesto en el que han destacado que la decisión del Tribunal Constitucional español de “cercenar la voluntad de las instituciones y de la sociedad catalana” tiene también “un efecto directo sore la situación política en Hego Euskal Herria”.
“Estamos ante una decisión que revela globalmente la posición del Estado en torno a las legítimas reivindicaciones nacionales en especial de Euskal Herria y Països Catalans”, han denunciado.
A juicio de los convocantes, la “batalla política de fondo” que subyace en el debate y decisión del TC es el derecho a decidir y “la negación de la voluntad popular es la razón del bloqueo político que vive Euskal Herria a través de la instrumentalización de la voluntad popular y los pactos de salvación nacional entre PSOE-PP-UPN”.
Tejer alianzas y caminar en la misma dirección
Frente a ello, han subrayado que “no van a lograr bloquear las ansias de cambio” de la sociedad vasca ya que “Euskal Herria está en marcha por un nuevo escenario político” y para “acumular y activar fuerzas por vías políticas y democráticas por nuestro reconocimiento nacional con firmeza, compromiso y determinación”.
“La ciudadanía ya ha decidido que quiere ser motor del cambio político”, han recalcado, a la vez que han hecho un llamamiento a todos los agentes políticos, sociales y sindicales a trabajar para “tejer alianzas, superar desconfianzas” y “caminar en la misma dirección”, porque “quienes apostamos por el derecho a decidir de este pueblo no tenemos ya ninguna excusa para no trabajar seriamente y de manera conjunta”.
Respuesta a Zapatero
Antes de que la manifestación iniciara su andadura, el secretario general de EA, Pello Urizar, ha señalado que la movilización de hoy es “una respuesta” a lo que “significa el presidente Zapatero hoy en día para las opciones dentro del Estado español”.
“En su día fue el jefe de Gobierno que abogaba por la pluralidad dentro de España y hoy aboga por un España unida, única ‘la grande y libre'”, ha criticado. Sin embargo, ha advertido de que los pueblos vasco y catalán “no están dispuestos a reconocer que se le cierren las puertas” y, “por tanto, Zapatero no va a cerrar las ansias que tienen para desarrollarse en el futuro”.
Desde la izquierda abertzale, Marian Beitialarrangoitia ha destacado que la movilización “no es más que un paso más en el camino que tenemos que recorren en la defensa y el logro de nuestros derechos como pueblo”, un camino en el que “vamos a tener que dar muchos pasos y el trabajo no nos lo van a poner fácil”, y en el que “nadie está de sobra”.
Por su parte, el portavoz de Alternatiba, Oskar Matute, ha instado a “alzar la voz con rotundidad” en defensa de una “Euskal Herria con derecho a ejercer su derecho de autodeterminación, al igual que Cataluña”.

http://www.gara.net/azkenak/07/209615/es/Miles-personas-reivindican-que-Euskal-Herria-es-una-nacion

Spagna/ Barcellona, manifestazione contro sentenza su Statuto -2- Governo regionale catalano chiede soluzione politica

postato 2 ore fa da APCOM

Barcellona, 10 lug. (Apcom) – Secondo i giudici progressisti della Corte – e il Psoe – la sentenza lascia uno Statuto perfettamente applicabile, ma i socialisti catalani vogliono ora che il governo risolva politicamente quegli aspetti eliminati dalla sentenza e che i partiti catalani considerano irrinunciabili, come ad esempio i riferimenti alla “nazione catalana” (limitati peraltro al solo preambolo del testo).
La sentenza riapre dunque un fronte che il governo del premier José Luis Rodriguez Zapatero sperava concluso felicemente quattro anni fa, oltre che uno scontro interno fra il Psoe e il Psc (il partito socialista spagnolo è infatti organizzato su base federale). All’esecutivo interessava infatti che l’Estatut andasse in porto per un motivo fondamentale: stabilire un precedente costituzionale ed ordinato che dimostrasse la fattibilità di poter andare oltre gli attuali margini di autonomia – in gran parte rimasti sulla carta – senza travalicare la Carta fondamentale in modo negoziato e pacifico.
Il destinatario della manovra – ostacolata in tutti i modi dal Pp e dalle altre forze tradizionalmente ‘centraliste’, non esclusa la Chiesa – non era però tanto il nazionalismo catalano, che ha ottenuto essenzialmente quanto richiesto soprattutto in materia di autogestione finanziaria, quanto quello basco.
Qualsiasi pretesa da parte del Partito Nazionalista basco (Pnv) di decidere unilateralmente del futuro istituzionale di Euskadi, per esempio con la convocazione di un referendum è dunque da escludere; i binari istituzionali per qualsiasi revisione dello Statuto di Gernika sono quelli già tracciati e seguiti nel caso catalano: una prima approvazione del Parlamento regionale, la discussione alle Cortes che certifichi la costituzionalità del documento e la ratifica referendaria dell’elettorato regionale.

Spagna/ Catalogna, sentenza su Statuto autonomia apre nuova crisi

Governatore Montilla chiede incontro con Zapatero
postato 1 giorno fa da APCOM

Roma, 29 giu. (Apcom) – La sentenza della Corte Costituzionale spagnola sullo Statuto di autonomia della Catalogna – che approva il grosso del testo negando però il valore giuridico del termine “nazione” contenuto nel preambolo – rischia di provocare una crisi politica nel governo del premier socialista José Luis Rodriguez Zapatero.
Come riporta il quotidiano spagnolo El Pais, il governatore della Comunità Autonoma (regione) della Catalogna, il socialista José Montilla, ha chiesto un incontro urgente per discutere eventuali modifiche al testo, scartando tuttavia la convocazione di un referendum popolare come chiesto dai partiti nazionalisti catalani sia di governo che di opposizione: questi hanno tuttavia convocato una manifestazione di protesta per il 10 luglio a Barcellona.
La Corte – bloccata per quattro anni per un braccio di ferro fra magistrati progressisti e conservatori – era intervenuta dopo il ricorso presentato dall’opposizione conservatrice del Partido Popular: la sentenza, un compromesso fra i due fronti, rende incostituzionali un articolo in modo completo e altri 13 in parte; inoltre, vengono reinterpretati altri 27 articoli.
Secondo i giudici progressisti della Corte – e il Psoe – la sentenza lascia uno Statuto perfettamente applicabile, ma i socialisti catalani vogliono ora che il governo risolva politicamente quegli aspetti eliminati dalla sentenza e che i partiti catalani considerano irrinunciabili, come ad esempio i riferimenti alla “nazione catalana” (limitati peraltro al solo preambolo del testo).
La sentenza riapre dunque un fronte che Zapatero sperava concluso felicemente quattro anni fa, oltre che uno scontro interno fra il Psoe e il Psc (il partito socialista spagnolo è infatti organizzato su base federale). All’esecutivo interessava infatti che l’Estatut andasse in porto per un motivo fondamentale: stabilire un precedente costituzionale ed ordinato che dimostrasse la fattibilità di poter andare oltre gli attuali margini di autonomia – in gran parte rimasti sulla carta – senza travalicare la Carta fondamentale in modo negoziato e pacifico.
Il destinatario della manovra – ostacolata in tutti i modi dal Pp e dalle altre forze tradizionalmente ‘centraliste’, non esclusa la Chiesa – non era però tanto il nazionalismo catalano, che ha ottenuto essenzialmente quanto richiesto soprattutto in materia di autogestione finanziaria, quanto quello basco.
Qualsiasi pretesa da parte del Partito Nazionalista basco (Pnv) di decidere unilateralmente del futuro istituzionale di Euskadi, per esempio con la convocazione di un referendum è dunque da escludere; i binari istituzionali per qualsiasi revisione dello Statuto di Gernika sono quelli già tracciati e seguiti nel caso catalano: una prima approvazione del Parlamento regionale, la discussione alle Cortes che certifichi la costituzionalità del documento e la ratifica referendaria dell’elettorato regionale.

Catalogna, prove di sovranità

15 settembre 2009

Allarme a Madrid: ad Arenys de Munt i secessionisti vincono col 96%

Barcellona

Come si dice Pontedilegno in spagnolo? Da domenica potrebbe dirsi Arenys de Munt, dal nome di un paesino piccolo piccolo dove si è tenuto il primo referendum autoproclamato per chiedere ai cittadini un parere sull’ipotesi di una Catalogna-nazione, membro a pieno diritto dell’Unione Europea.
Mentre in Italia il senatùr Umberto Bossi, per avere i titoli dei giornali e calmare il proprio elettorato, continua a sventolare lo spauracchio della secessione, la Spagna è in piena ebollizione per spinte centrifughe, in parte giustificate storicamente, in parte usate solo come scorciatoia per un effimero successo politico.
A differenza della fantomatica Padania però, la Spagna “plurale” e multiculturale esiste sul serio. Nel paese oltre al castigliano si parlano correntemente il catalano, il galiziano e il basco. Queste lingue erano vietate ai tempi del franchismo e il loro utilizzo era diventato soprattutto un esempio di resistenza alla dittatura.
Chi le usava sapeva di rischiare la galera.
Alla morte del caudillo, il 20 novembre 1975, la legittima difesa delle peculiarità regionali, culturali, storiche e linguistiche diventa un vezzo. È da allora, forse, che iniziano i malintesi. Accade nei Paesi baschi dove la sinistra viene identificata con gli indipendentisti. Eppure, nonostante le formazioni politiche si chiamino Batasuna o Ehak (Partito comunista delle terre basche), sono partiti che chiedono un distacco da Madrid e di sinistra non hanno moltissimo. Spesso sanno di non poter ottenere la secessione, ma la loro politica serve a sostenere un proficuo gioco delle parti e, spesso, una relazione stretta e pericolosa con alcuni gruppi armati come Eta.
Un gioco delle parti utile anche in Galizia. Qui il sempiterno Manuel Fraga, esponente di spicco del Partito popolare, in gioventù ministro della propaganda di Francisco Franco (anche se il titolo ufficiale era ministro dell’informazione e del turismo) negli ultimi anni non si è fatto problemi nel cercare di cavalcare la nuova onda centrifuga che si è affermata in Spagna sotto governi di diverso colore.
Stessa cosa in Catalogna dove i partiti di sinistra come Esquerra Republicana de Catalunya (ERC, Sinistra Repubblicana di Catalogna) hanno compreso come si potessero costruire fulgide carriere politiche inseguendo propositi populisti come l’indipendentismo, in realtà una scorciatoia per una maggiore generosità fiscale di Madrid. Per convenienza o sopravvivenza politica la strada dell’indipendentismo l’hanno dovuta intraprendere in molti.
Alcuni hanno rischiato di rimanervi intrappolati.
Un europeista convinto come Pascual Maragall, ad esempio. Socialista, già presidente della Generalità, una specie di premier del governo catalano, il primo che, nel 2003, era riuscito a interrompere 23 anni di regno liberal-democristiano di Convergencia y Uniò e, nel tentativo di migliorarlo, era riuscito a riformare lo statuto di Catalogna, 287 articoli che specificavano in ogni campo le competenze regionali. La riforma si è però rivelata monca. Un pastrocchio. Sarebbe stato più logico, per quanto molto più complicato, riformare l’articolo numero 2 della Costituzione nazionale che già sancisce la figura delle Autonomie senza però specificarle. Perché in Spagna esistono 17 comunità autonome, ma solo tre sono le nazionalità storiche: Catalogna, Euskadi e Galizia. Non definire chiaramente questo stato di cose lascia il campo a furbate elettorali e a furbetti della gabina. Un errore politico poi ammesso onestamente dallo stesso Maragall.
E anche questa consultazione ad Arenys de Munt potrebbe rivelarsi un errore. 2671 persone hanno votato in questo minuscolo paesino a 45 chilometri da Barcellona, noto soprattutto per aver dato i natali a Daniel Brühl, un giovane attore tedesco. Si trattava del 33 per cento degli aventi diritto che al 96 per cento si sono detti a favore dell’indipendenza. La consultazione al Centre Moral, era stata indetta dal Moviment Arenyenc per l’Autodeterminació.
Una consultazione costata abbastanza cara alle casse statali per l’ingente numero di Mossos d’escuadra (la polizia catalana) che sono stati dispiegati nella località dove sono arrivati per manifestare tanti attivisti della Falange, l’organizzazione di estrema destra nostalgica del franchismo che vede come il fumo negli occhi qualsiasi tentativo di attentare all’unità nazionale. Ufficialmente la consultazione non ha alcun valore giuridico ed è, secondo la vicepresidente del governo María Teresa Fernández de la Vega, al di fuori della legge.
Il caso di Areny de Munt però, potrebbe essere il primo di una lunga serie. Il presidente di Entesa pel Progrés Municipal e sindaco del comune di Sant Pere de Torelló (Barcelona), Jordi Fàbrega, ha annunciato che almeno sessanta municipi sono pronti a indire una consultazione simile il prossimo 15 ottobre e quindi a scatenare un effetto slavina le cui conseguenze sono difficili da prevedere. Anche nei Paesi baschi l’anno scorso il lehendakari (presidente del governo regionale) Ibarretxe aveva indetto una consultazione per decidere sull’autonomia.
Anche allora Madrid aveva definito illegali i risultati.
Per la Catalogna però è diverso. Qui le cose sono un po’ più avanti. Appena due anni fa, provocando fiumi di polemiche, la regione era stata invitata come nazione e non come parte di Spagna, alla Buchmesse, la Fiera del libro di Francoforte.
Nell’occasione era stato presentato il lancio del suffisso .cat, per Catalogna. Un suffisso per i siti internet catalani. Come se la Catalogna fosse una nazione sovrana.
Addirittura il presidente del Barcellona calcio, Laporta, uno che studia sin da piccolo per diventare presidente della Generalitat, aveva annunciato che nei contratti multimilionari dei suoi campioni sarebbe comparsa la clausola di dover imparare il catalano prima del castigliano.
Una balla, utile però a soffiare sul fuoco e conquistare titoli sui giornali. C’era stato anche l’ostracismo verso quegli scrittori catalani di nascita che usavano il castigliano come lingua di lavoro. Una corsa a mostrarsi più estremisti del compagno di banco e ultimamente almeno in parte favorita dallo stesso partito del premier Zapatero deciso, come poi è stato, a conquistare lo scranno della Generalitat su cui adesso siede un socialista, José Montilla, che paraltro parla un pessimo catalano.
Nessuno sa prevedere il prossimo passo.
Quello che è certo è che Arenys de Munt rischia di essere ricordato nei libri di storia. Per quale motivo lo diranno gli anni e i mesi che verranno.