Passo storico della sinistrra indipendesntista basca

26/04/2010

A carte scoperte

Dopo il pronunciamento di 20 personalità internazionali a favore del dialogo per la soluzione del conflitto basco spagnolo, la sinistra indipendentista basca sancisce in una nuova dichiarazione il suo "impegno con un processo politico, pacifico e democratico per conseguire uno scenario dove il popolo basco, libero senza ingerenze ne violenze di alcun tipo, determini il suo futuro". Decine di rappresentati della movimento basco hanno fatto questo annuncio a Pamplona in una conferenza stampa dove è stato presentato il documento "Dopo le conclusioni, il cammino e i passi. La Sinistra Indipendentista, in marcia". La scelta strategica, "senza riserve", della sinistra indipendentista è scaturita dopo un lungo dibattito tra la militanza e la base sociale del movimento.

Evitare la trappola. I numerosi arresti dei suoi dirigenti, le proposte di legge su inasprimento della legge sui partiti, che ha escluso la sinistra indipendentista dalle competizioni elettorali, viene definita dal movimento basco come la dimostrazione che lo stato spagnolo "teme il confronto in termini politici" con l’obiettivo di creare "un impasse politica permanente". "E’nostra responsabilità" – si afferma – "non cadere nella trappola e rendere irreversibile il cambio politico".

Processo Democratico e accumulazione di forze. Nella dichiarazione si rivendica la possibilità di un cambiamento politico poiché grazie "alla lotta ed all’impegno della sinistra indipendentista in questi ultimi 30 anni, si sono create le condizioni oggettive per affrontare con garanzie una scelta decisa per il cambio politico e sociale" attraverso "il Processo Democratico". "Il Processo Democratico – si legge nel documento – avrà bisogno, per il suo sviluppo, di accordi bilaterali e multilaterali, tattici e strategici, tanto con i partiti, gli agenti sociali e sindacati di Euskal Herria come con la comunità internazionale e con gli Stati spagnolo e francese, in questo ultimo caso quando si raggiunga la fase di negoziazione per superare del conflitto". Nel documento sui sottolineano i passi futuri necessari per costruire questo cambio politico. Innanzitutto che la scelta, "unilaterale", della Sinistra Indipendentista favorisce la ricerca di punti di convergenza di quelle forze e settori popolari favorevoli al cambio politico essendo questa convergenza il miglior antidoto contro chi si oppone a questo cambiamento. Si sottolinea che l’accumulazione di forze e l’azione sociale si devono inserire in un "contesto di strategia politica popolare" avendo "come unici strumenti la lotta di massa, la lotta istituzionale e la lotta ideologica, la modificazione della correlazione di forze e la ricerca dell’appoggio internazionale". La sinistra Indipendentista considera il Processo Democratico sia come ambito dove sviluppare la costruzione nazionale "in tutte le sue dimensioni e come elemento determinate per il cambiamento sociale". Il nucleo dei questo processo democratico è il processo di autodeterminazione. La sinistra indipendentista considera che questo Processo Democratico si deve praticare fin da ora e riconosce che le iniziative che già si stanno dando e si daranno in futuro, partendo da sensibilità e traiettorie politiche differenti, devono basarsi sulla fiducia e mutuo rispetto. Una convergenza necessaria per creare un amplio ampio appoggio sociale a favore del processo Democratico. "Un’onda crescente che influisca in modo positivo nella opinione pubblica non solo di Euskal Herria ma soprattutto degli Stati spagnolo e francese.

Schema di Anoeta e principi di Mitchel. La sinistra indipendentista valuta positivamente il pronunciamento di una ventina di personalità internazionali, tra cui il premio Nobel Desmond Tutu, a favore del dialogo e della iniziativa della sinistra indipendentista basca. Considera che l’appello rivolto da queste personalità "sia ad ETA che al Governo spagnolo, dovrebbe essere accolto da ambedue le parti in modo costruttivo". Dopo aver riaffermato che "il conflitto in Euskal Herria è conseguenza dell’imposizione scolare che esercitano gli Stati spagnolo e francese e che è aggravato per l’insistenza delle strategia repressiva", il movimento basco affronta la questione del dialogo politico. Rinnova il riferimento alla dichiarazione di Anoeta per un soluzione "giusta e duratura" del conflitto e per questo considera necessario che si realizzino contatti per favore il dialogo politico e la negoziazione nei due spazi già definiti", (un tavolo di negoziato tra ETA e governo, su smilitarizzazione del Paese Basco; liberazione prigionieri baschi,ritorno esiliati ed un trattamento giusti ed equo all’insieme delle vittime del conflitto ed un altro tavolo tra le forze politiche). Su questo punto la Sinistra Indipendentista indica un riferimento che è quello tracciato dai principi del senatore Mitchel, che hanno favorito la soluzione del conflitto angloirlandese, e richiama sia ETA che il Governo spagnolo ad assumerne i contenuti: "L’esperienza dimostra che dinnanzi allo schema attuato, da parte dello Stato, attivando la repressione, e da parte di ETA, con la ripresa delle azioni armate, lungi da risolvere la paralisi del dialogo, non hanno fatto altro se non accrescere questa paralisi ad un livello superiore che ha allontanato le parti da una possibile soluzione e a uno scenario di collasso. Questo schema deve essere superato ed in questa direzione i principi del senatore Mitchell diventano ambito di riferimento che permette il superamento efficace degli ostacoli". Infine la Sinistra Indipendentista mostra al sua totale disponibilità "ad iniziare una dinamica che permetta rendere possibile il dialogo e la negoziazione, a parità di condizioni, tra tutte le forze politiche basche, al fine di raggiungere una accordo politico per la costituzione di un ambito democratico nel quale la cittadinanza possa decidere liberamente e democraticamente sul suo futuro senza altro limite che la volontà popolare".

http://it.peacereporter.net/articolo/21590/A+carte+scoperte

Giovanni Giacopuzzi
Talkingpeace.org

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PARIGI: ATTIVISTI ETA APPENDONO STRISCIONE SULL'ARCO DI TRIONFO

Spagna, avvocati difensori di militanti Eta arrestati a Bilbao

postato
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1 giorno
fa da PEACE REPORTER

– Arantza Zulueta, Naia Zuriarrain, Jon Enparantza e Iker Sarregui, quattro avvocati baschi sono stati arrestati dalla polizia spagnola con l’accusa di far parte del gruppo separatista basco Eta.I primi due sono stati fermati e arrestati a Bilbao mentre Enparantza e Sarregui, sono stati arrestati a Hernani. In più di una circostanza gli avvocati arrestati hanno difeso militanti dell’Eta.L’operazione di polizia appena conclusa ha permesso alle forze di sicurezza di arrestare anche tre membri del movimento separatista basco.Secondo le forze dell’ordine tutti gli arrestati farebbero parte della sinistra nazionalista cioè di quella galassia di formazioni politiche che sono vicine a Eta.Il giudice dell’Audencia Nacional, Fernando Grande- Marlaska, che ha condotto le indagini, ha fatto sapere che tutte le persone fermate avrebbero agito come corrieri degli etarras trasmettendo messaggi. Arantza Zuleta è un personaggio riconosciuto nella sua professionalità nella difesa di cittadini baschi accusati di essere complici o appartenenti all’organizzazione armata. Fra i detenuti spicca il nome di Erramun Landa Mendibe, professore universitario e riconosciuto artista basco.   

L'ETA che attraversò l'Atlantico

di Vincenzo Bruno, 02 aprile 2010, 15:56
http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=14560

Mondo Il Governo di Hugo Chavez chiamato ad esaudire un’ordine di cattura internazionale rifiuta e non ci sta. Implicato un uomo che riveste un alta carica pubblica nel Paese. Un marzo molto caldo fatto di accuse e arresti ha rispolverato come d’incanto compromessi silenziosi iniziati alla fine degli anni Ottanta e nuovi riposizionamenti dell’organizzazione eversiva basca in Sudamerica

L’arresto in Venezuela domenica scorsa di Walter Wendelin, membro di Batasuna – partido indipendentista basco – ma d’origine tedesca, in un altro clima politico avrebbe lasciato intendere una perfetta sintonia tra servizi segreti chavisti, spagnoli e Interpol. Ma non è così, diciamolo subito: accuse sopra accuse, incidente diplomatico fluttuante, mentre in Spagna prende piede l’ipotesi di un Venezuela “terme dell’ETA”.

“La lotta contro ETA è una linea rossa che la Spagna ha fatto sempre valere alle democrazie europee e organismi internazionali[…] la fermezza con la quale si è combattuta ETA è la causa per la quale oggi ETA è delegittimata in quasi tutto il mondo. Non c’è motivo per il quale il Governo venezuelano non esiga lo stesso.” Ha esordito così l’ABC, giornale di tendenze conservatrici, e lo fa forse pensando a quel 43% di spagnoli che crede ci siano davvero legami stabili tra la banda terroristica basca e il Venezuela di Hugo Chavez (sondaggio del Real Instituto Elcano di Madrid).
Tutto e il contrario di tutto, insomma. Che il Venezuela – come peraltro altri Paesi latinoamericani – sia stato una lunga zona d’ombra per decine e decine di etarra nel corso degli anni è fatto risaputo e che risale al 1989, a seguito di un accordo tra l’allora primo ministro spagnolo Felipe Gonzalez e il presidente venezuelano dell’epoca Carlos Andres Perez e il conseguente ‘esilio’ in Sudamerica di elementi di spicco della frangia estremista basca, alcuni dei quali col tempo divenuti cittadini venezuelani a tutti gli effetti. Molti sapevano e tacevano di legami presunti o certi, però da inizio marzo il giudice spagnolo Eloy Velasco ha emesso un’ordine di cattura internazionale che coinvolge alcuni uomini vicini al presidente Chavez che pare stiano rinsaldando in territorio venezuelano le relazioni tra gruppi di guerriglieri armati della regione e la sempre temibile ETA : in Europa non sta avendo giorni felici.

Dopo l’omicidio di un poliziotto francese il passato 15 marzo – prima vittima nella storia dell’ETA fuori dal suolo spagnolo- parte della stampa e analisti navigati sono convinti che ETA si senta asfissiata per il giro di vite inflittole tanto a livello giudiziario quanto militare in questi ultimi mesi. Tracce da non trascurare sono state lasciate dalla banda terrorista in Normandia, Belgio e le Alpi, ma soprattutto lungo tutto il confine con il Portogallo e addirittura in Catalogna, dove vige una tregua dal gennaio del 2004. ETA sta solo prendendo tempo per insinuare di nuovo i suoi tentacoli tra la paura della popolazione: riorganizzare l’apparato militare, spostare arsenali in aree sotto scarso controllo, arruolare nuovi componenti.

Alla luce di queste considerazioni si mosse il giudice Velasco a partire dal 2008. Il magistrato, dichiaratosi competente, si questiona con documenti se il Venezuela stesse divenendo un’affidabile piattaforma di manovra e reclutamento per ETA. In territorio venezuelano si sarebbero svolti periodici corsi di esplosivi che etarra esperti avrebbero impartito a guerriglieri delle FARC e del Frente di Liberacion Bolivariana (FLB, guerriglia armata operante nel centro del Venezuela) – si usarono ordigni esplosivi all’hexogeno, lo stesso materiale infiammabile usato da ETA nell’attentato del 2004 al Terminal 4 dell’aereoporto di Barajas di Madrid e in cui persero la vita due immigrati ecuadoriani. In ballo c’era il tentativo di attentare la vita dell’attuale presidente colombiano Alvaro Uribe così come quella del suo predecessore, Andres Pastrana. Etarra e reclute delle FARC avevano intavolato buoni rapporti tra marzo e settembre del 2000 presso l’ambasciata colombiana in Spagna; furono i colombiani a chiedere una mano ai terroristi baschi per l’ahimè riprovata abilità di questi ultimi nel ricetto e nel funzionamento della dinamite. I rapporti si consolidarono sette anni più tardi negli accampamenti-laboratori delle FARC. Velasco chiede oggi l’estradizione e l’arresto di almeno sei “professori” in esplosivo, tre attualmente residenti a Cuba, uno in Venezuela, uno in Messico e un altro ancora latitante. L’ordinanza, resa pubblica i primi giorni di marzo, ha attraversato l’Atlantico in un baleno atterrando nel vestibolo dell’ufficio presidenziale: Chavez non ha perso tempo, rimuovendo quelle che per lui sono acque turbie dell’imperialismo colonialista e del terrorismo internazionale.
Senza nessun tipo di remora El Generalisimo, rifiutandola di getto, ha definito “delirio” l’ordinanza, una “nuova messa in scena giuridica fatta di prove falsificate e carente d’analisi”, prodotto della “destra delle caverne” spagnola (www.minci.gob.ve) e riferendosi a Velasco – ex militante nelle fila del Partido Popular – “erede del franchismo”. Solita strategia chavista. O qualche mezza verità, dall’altra parte, affiora comunque?

Nei giorni immediatamente successivi alla data alla stampa dell’inchiesta del magistrato dosi di velenosa polemica venivano rincarate dall’ex primo ministro spagnolo Josè Maria Aznar – a spron battuto affermò di essere al corrente di “prove che il regime di Chavez protegge e dà rifugio ai terroristi dell’ETA”, Europapress 24/02 – e ancor di più dal capo dell’opposizione Mariano Rajoy, che presentandosi alla corte di Uribe in Colombia alla ricerca di applausi internazionali, rimpinza la crepa diplomatica con “chi non soddisfa le ordinanze di un giudice e le sentenze di un tribunale, è un’antidemocratico, c’è da dirlo”. Ma Chavez, nemmeno pensarci, si fa sotto: “Questi sono i tristi resti delle antiche catene che qualcuno vorrebbe ancora appenderci al collo, ma noi siamo liberi” fino alle insinuazioni del Ministro degli Esteri venezuelano Nicolas Maduro che relaziona il giudice Velasco con la “mafia di Aznar”. Il Governo spagnolo si dimostra cauto e prudente e per bocca del suo ministro degli esteri Moratinos avverte che “il nemico non è Venezuela, ma ETA”. Ma non tutti i nodi vengono al pettine. Perchè non consegnare alle autorità giudiziarie spagnole le persone richieste per interrogarle?

Sin dagli anni ’80 ex terroristi, fuggiaschi e disertori dell’ETA scelsero il Venezuela per ricominciare chi una nuova vita, chi tutto al contrario per perfezionare il terrorismo armato della banda lontano dalle condanne dell’Europa – del 12 marzo la notizia dell’arresto di Andoni Zengotitabengoa Fernández, altro etarra che voleva scappare a Caracas. Nel 1999, anno in cui Chavez arrivò al potere, un numero non molto esiguo di militanti di Askapena, organizzazione territoriale integrata nei ranghi del Movimiento Nacional de Liberacion Vasca (MNLV) visitarono in varie occasioni il Venezuela e la Bolivia di Evo Morales. Oggi il paese di Chavez dà asilo a circa 60 ex etarra – se proprio di “ex” si tratti, è ancora tutto da confermare. Velasco nel suo dossier, tra i nomi da portare a giudizio ne fa uno in particolare, quello di Arturo Cubillas, in passato membro di Askapena e responsabile primo dei corsi di perfezionamento al tritolo. Ma chi è Arturo Cubillas e che ruolo ricopre in Venezuela?
Cinque anni fa direttore della Oficina de Administracion y Servicios del Ministero dell’Agricultura e Terra nel 2005, due anni più tardi Capo della sicurezza dell’ Instituto Nacional de Tierras (Inte) – organismo statale che ha confiscato oltre 40 mila fattorie considerate ‘improduttive’ – Cubillas, sposato con una donna venezuelana e ottenuta la cittadinanza, ha allacciato contatti considerevoli con il Presidente e con il suo entourage, e non è certo un caso che occupi oggi un incarico pubblico di un certo spessore. Foto di Cubillas furono ritrovate nel computer di Raul Reyes, dirigente delle FARC ucciso due anni orsono da un bombardamento dell’esercito colombiano e che lo stesso Chavez, dopo la sua morte, riconobbe di aver incontrato in una riunione top secret nel Palacio de Miraflores – sede presidenziale del Venezuela. Da quando ha raggiunto il potere Hugo Chavez non ha quasi mai assecondato i 21 mandati di cattura emessi dalla Audiencia Nacional spagnola, eccetto alcuni casi – quelli degli etarra Sebastian Etxaniz e Juan Victor Galarza – siccome, si difendono in Venezuela, l’articolo 69 della Constitucion Bolivariana esime dal consegnare alle autorità internazionali cittadini venezuelani. Chavez alleato dei terroristi baschi o ligio costituzionalista? Il Governo ancora non si chiarisce su un’altra vicenda dai risvolti inquietanti: Josè Lorenzo Ayestaran – uno degli ultimi arresti di ETA in Francia, dieci omicidi alle spalle- nel 2006 stava cercando di ottenere la cittadinanza venezuelana, furono le pressioni del governo spagnolo a revocargliela. Ayestaran, pochi giorni fa, si trovava in Francia per compiere un attentato o un sequestro.

Qualcuno doveva farne pure le spese in Venezuela. Il 24 marzo viene arrestato su ordine del Governo il capo del partito d’opposizione Alianza Popular Oswaldo Alvarez Paz: cospirazione, istigazione pubblica a delinquere e diffusione d’informazione falsa i capi d’accusa. Il deputato aveva cercato di surrogare le tesi del giudice Velasco in diretta sul canale Globovision, facendo emergere nuovi elementi che riguardano da vicino uomini del Governo e le loro presunte relazioni col narcotraffico. In difesa del parlamentare – che rischia così una condanna dai 2 ai 16 anni di carcere – il portavoce del Dipartimento di Stato statunitense, Mark Toner corre a sottolineare: “Sfortunatamente è l’ultimo esempio del continuato attacco del Governo alla libertà d’espressione” (El Nacional, 25/10) mentre ancora più frontale l’attacco della Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH) che osserva: “La mancanza di autonomia e indipendenza del potere giuridico di fronte al potere politico è uno dei punti più deboli della democrazia venezuelana, situazione che cospira gravemente contro il libero esercizio dei diritti umani in Venezuela”.

Il terremoto in casa Venezuela si è subito propagato a Cuba e in Colombia. Il 10 marzo scorso l’ordinanza di Velasco fu trasmessa per procure agli uffici competenti cubani perchè forte era il sospetto che qualche etarra stesse ancora svolgendo attività clandestina di copertura e arruolamento. “Dai campi di addestramento a Cuba specializzati in esplosivi diretti da Josè Urtiaga sono passati un po’ tutti: l’IRA, Sendero Luminoso, kamikaze palestinesi…” svela l’ex ufficiale d’intelligence cubana Manuel de Beunza accorso in un programma d’approfondimento sulla presenza di ETA in America Latina. E da La Habana a Bogotà. Giorni addietro il Ministro degli Esteri colombiano Jaime Bermudez, aveva richiesto infomazioni riguardo le probabili operazioni condivise tra uomini delle FARC e di ETA, con il presunto tacito assenso del governo venezuelano. In Colombia pare abbiano dato somma importanza alle parole di un pentito ex guerrigliero delle FARC, certo Rodrigo Granda, conosciuto come ‘Il Cancelliere’. Granda, catturato nel 2004 e rimesso in libertà 3 anni più tardi – fu l’uomo in stretto contatto con Cubillas incaricato di curare i rapporti con gli etarra – ha dichiarato a El Espectador (8 marzo) che “dovevamo ricevere addestramento e scambio di tecnologie al fine di consolidare gli attentati da compiere in Spagna contro Pastrana e gli altri”. Dichiarazioni tutte da verificare, ma che se vere confermerebbero le ipotesi di Velasco.

Eta accusa Francia per fatti 16 marzo

Quando venne ucciso un gendarme e fu arrestato un militante postato
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3 giorni
fa da ANSA

(ANSA) – MADRID, 4 APR – L’Eta accusa la polizia francese di essere la causa dello scontro del 16 marzo scorso nel quale rimase ucciso un poliziotto francese. Secondo una fonte giudiziaria francese, la sera del 16 marzo la polizia aveva arrestato quattro persone che tentavano di rubare alcune auto. All’improvviso erano sopraggiunti due veicoli e uno degli occupanti aveva aperto il fuoco. Nella sparatoria un poliziotto francese di 52 anni era rimasto ucciso e un militante basco era stato arrestato.