Catalogna, prove di sovranità

15 settembre 2009

Allarme a Madrid: ad Arenys de Munt i secessionisti vincono col 96%

Barcellona

Come si dice Pontedilegno in spagnolo? Da domenica potrebbe dirsi Arenys de Munt, dal nome di un paesino piccolo piccolo dove si è tenuto il primo referendum autoproclamato per chiedere ai cittadini un parere sull’ipotesi di una Catalogna-nazione, membro a pieno diritto dell’Unione Europea.
Mentre in Italia il senatùr Umberto Bossi, per avere i titoli dei giornali e calmare il proprio elettorato, continua a sventolare lo spauracchio della secessione, la Spagna è in piena ebollizione per spinte centrifughe, in parte giustificate storicamente, in parte usate solo come scorciatoia per un effimero successo politico.
A differenza della fantomatica Padania però, la Spagna “plurale” e multiculturale esiste sul serio. Nel paese oltre al castigliano si parlano correntemente il catalano, il galiziano e il basco. Queste lingue erano vietate ai tempi del franchismo e il loro utilizzo era diventato soprattutto un esempio di resistenza alla dittatura.
Chi le usava sapeva di rischiare la galera.
Alla morte del caudillo, il 20 novembre 1975, la legittima difesa delle peculiarità regionali, culturali, storiche e linguistiche diventa un vezzo. È da allora, forse, che iniziano i malintesi. Accade nei Paesi baschi dove la sinistra viene identificata con gli indipendentisti. Eppure, nonostante le formazioni politiche si chiamino Batasuna o Ehak (Partito comunista delle terre basche), sono partiti che chiedono un distacco da Madrid e di sinistra non hanno moltissimo. Spesso sanno di non poter ottenere la secessione, ma la loro politica serve a sostenere un proficuo gioco delle parti e, spesso, una relazione stretta e pericolosa con alcuni gruppi armati come Eta.
Un gioco delle parti utile anche in Galizia. Qui il sempiterno Manuel Fraga, esponente di spicco del Partito popolare, in gioventù ministro della propaganda di Francisco Franco (anche se il titolo ufficiale era ministro dell’informazione e del turismo) negli ultimi anni non si è fatto problemi nel cercare di cavalcare la nuova onda centrifuga che si è affermata in Spagna sotto governi di diverso colore.
Stessa cosa in Catalogna dove i partiti di sinistra come Esquerra Republicana de Catalunya (ERC, Sinistra Repubblicana di Catalogna) hanno compreso come si potessero costruire fulgide carriere politiche inseguendo propositi populisti come l’indipendentismo, in realtà una scorciatoia per una maggiore generosità fiscale di Madrid. Per convenienza o sopravvivenza politica la strada dell’indipendentismo l’hanno dovuta intraprendere in molti.
Alcuni hanno rischiato di rimanervi intrappolati.
Un europeista convinto come Pascual Maragall, ad esempio. Socialista, già presidente della Generalità, una specie di premier del governo catalano, il primo che, nel 2003, era riuscito a interrompere 23 anni di regno liberal-democristiano di Convergencia y Uniò e, nel tentativo di migliorarlo, era riuscito a riformare lo statuto di Catalogna, 287 articoli che specificavano in ogni campo le competenze regionali. La riforma si è però rivelata monca. Un pastrocchio. Sarebbe stato più logico, per quanto molto più complicato, riformare l’articolo numero 2 della Costituzione nazionale che già sancisce la figura delle Autonomie senza però specificarle. Perché in Spagna esistono 17 comunità autonome, ma solo tre sono le nazionalità storiche: Catalogna, Euskadi e Galizia. Non definire chiaramente questo stato di cose lascia il campo a furbate elettorali e a furbetti della gabina. Un errore politico poi ammesso onestamente dallo stesso Maragall.
E anche questa consultazione ad Arenys de Munt potrebbe rivelarsi un errore. 2671 persone hanno votato in questo minuscolo paesino a 45 chilometri da Barcellona, noto soprattutto per aver dato i natali a Daniel Brühl, un giovane attore tedesco. Si trattava del 33 per cento degli aventi diritto che al 96 per cento si sono detti a favore dell’indipendenza. La consultazione al Centre Moral, era stata indetta dal Moviment Arenyenc per l’Autodeterminació.
Una consultazione costata abbastanza cara alle casse statali per l’ingente numero di Mossos d’escuadra (la polizia catalana) che sono stati dispiegati nella località dove sono arrivati per manifestare tanti attivisti della Falange, l’organizzazione di estrema destra nostalgica del franchismo che vede come il fumo negli occhi qualsiasi tentativo di attentare all’unità nazionale. Ufficialmente la consultazione non ha alcun valore giuridico ed è, secondo la vicepresidente del governo María Teresa Fernández de la Vega, al di fuori della legge.
Il caso di Areny de Munt però, potrebbe essere il primo di una lunga serie. Il presidente di Entesa pel Progrés Municipal e sindaco del comune di Sant Pere de Torelló (Barcelona), Jordi Fàbrega, ha annunciato che almeno sessanta municipi sono pronti a indire una consultazione simile il prossimo 15 ottobre e quindi a scatenare un effetto slavina le cui conseguenze sono difficili da prevedere. Anche nei Paesi baschi l’anno scorso il lehendakari (presidente del governo regionale) Ibarretxe aveva indetto una consultazione per decidere sull’autonomia.
Anche allora Madrid aveva definito illegali i risultati.
Per la Catalogna però è diverso. Qui le cose sono un po’ più avanti. Appena due anni fa, provocando fiumi di polemiche, la regione era stata invitata come nazione e non come parte di Spagna, alla Buchmesse, la Fiera del libro di Francoforte.
Nell’occasione era stato presentato il lancio del suffisso .cat, per Catalogna. Un suffisso per i siti internet catalani. Come se la Catalogna fosse una nazione sovrana.
Addirittura il presidente del Barcellona calcio, Laporta, uno che studia sin da piccolo per diventare presidente della Generalitat, aveva annunciato che nei contratti multimilionari dei suoi campioni sarebbe comparsa la clausola di dover imparare il catalano prima del castigliano.
Una balla, utile però a soffiare sul fuoco e conquistare titoli sui giornali. C’era stato anche l’ostracismo verso quegli scrittori catalani di nascita che usavano il castigliano come lingua di lavoro. Una corsa a mostrarsi più estremisti del compagno di banco e ultimamente almeno in parte favorita dallo stesso partito del premier Zapatero deciso, come poi è stato, a conquistare lo scranno della Generalitat su cui adesso siede un socialista, José Montilla, che paraltro parla un pessimo catalano.
Nessuno sa prevedere il prossimo passo.
Quello che è certo è che Arenys de Munt rischia di essere ricordato nei libri di storia. Per quale motivo lo diranno gli anni e i mesi che verranno.

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