Egin, dieci anni fa

Spagna – Paesi baschi – 15.7.2008
www.peacereporter.it
La chiusura del quotidiano basco fu l’inizio di una repressione che continua
Si chiamava Egin, che in basco significa fare, agire. Era un quotidiano da decine di migliaia di copie, la voce dell’informazione della sinistra basca. La redazione si trovava in un complesso industriale nei dintorni di Hernani, il Poligono Heciago: era una palazzina bassa, che ospitava sul tetto l’antenna di Egin Irratia, la radio di Egin.
Il 15 luglio 1998 quel giornale e quella radio vengono chiusi, i sigilli della magistratura spagnola sbarrano le porte. I poliziotti, caschi e passamontagna, guidati dal giudice istruttore, Baltasar Garzon, irrompono, fermano le rotative, distruggono una parte dei macchinari, sfasciano gli archivi della radio. La dicitura formale di quel provvedimento sarà: “sospensione cautelare”, per un’indagine che porta in carcere e sotto inchiesta il consiglio di amministrazione della società Orain, editrice del quotidiano, il direttore Javier Salutregi, la vice direttrice Teresa Toda.
L’accusa: quel quotidiano riceveva soldi da Eta, l’organizzazione armata basca. E sempre Eta dettava la linea editoriale. Un reato che veniva addebitato ad alcune persone fisiche – i consiglieri di amministrazione – diventava un reato associativo che colpiva decine di lavoratori, due testate giornalistiche, il diritto a essere informati per decine di migliaia di baschi che si riconoscevano nella linea di Egin: “Dare voce a chi non l’ha”.
Prima di raccontare cosa abbia significato la chiusura di Egin, vale ricordare come il processo, che ha tenuto gli imputati sotto pressione fisica e psicologica per nove anni, abbia dimostrato una carenza di prove assoluta. Anzi, le prove, ci disse alcuni mesi fa Mariano Ferrer stimato giornalista e portavoce della piattaforma 18/98+, non esistevano più. Sparite. Come l’accusa di ricevere soldi da Eta, che nel corso del processo di trasformò nell’accusa di dare soldi a Eta, nello sconcerto degli avvocati difensori.
il primo numero di eginEgin nasce nel 1977, come esigenza di una parte della società basca di creare un proprio organo di informazione. Il franchismo sta cedendo il posto alla Transizione, i grandi gruppi editoriali stanno compiendo operazioni di cosmetica per adattarsi ai nuovi tempi. I movimenti sociali baschi sono all’avanguardia nelle lotte internazionaliste, di territorio, ambientaliste, ecologiste e sociali.
Egin sarà un progetto plurale, che troverà la maniera originale per imporsi anche dal punto di vista della tecnica e della sintassi giornalistica. La titolazione, l’impaginazione e le foto della prima pagina, una sezione esteri che non dipendeva dalle priorità delle grandi agenzie di stampa, una squadra di inchiesta, coordinata da Pepe Rei, che svelò molte delle trame nere e del narcotraffico di quegli anni. Un giornale che pagò un prezzo alto con l’assassinio di Josu Muguruza, caporedattore di Egin, eletto al parlamento spagnolo nel 1989. Il 20 novembre di quell’anno, alla vigilia della prima seduta, fu crivellato di colpi da un commando paramilitare all’Hotel Alcalà di Madrid.
il primo numero di euskadi informacionEgingo dugu. Le campagne di stampa, orchestrate dal ministero degli Interni spagnolo, avevano creato una specie di assioma, negli anni più bui del conflitto basco. Era quella frase, “Egin indica, Eta spara”, che iniziò a serpeggiare e a divenire una prova solo attraverso il lavorìo della propaganda. La Casa Bianca lo avrebbe descritto come ‘il miglior foglio rivoluzionario al mondo’. Ma non si deve immaginare un giornale fitto di politica e geopolitica. Egin era anche un’ottima sezione di sport il lunedì, un racconto preciso di tutti i territori del Paese basco, la possibilità per i lettori di dialogare e criticare in un rapporto di scambio con la redazione. A poche ore dalla chiusura, i redattori si riorganizzarono. Il giorno dopo furono stampate alcune centinaia di copie di una vecchia testata registrata, Euskadi Informacion. I lettori di Egin fotocopiarono, graffettarono, distribuirono quelle poche copie, moltiplicandole per cento, per mille. In prima pagina c’era una foto grande, con due agenti incappucciati che sigillavano la redazione. E il titolo diceva: “Egin egingo dugu”. “Beccatevi Egin”, con la sfida di chi aveva saputo resistere alla censura di potere. Dalle ceneri dell’esperienza di Egin nacque il nuovo progetto editoriale e popolare: Gara (dal basco: Siamo). Azionariato popolare, milioni di euro raccolti dai più piccoli e sperduti paesini, fino nelle città e all’estero. Di Egin, ora, rimangono solo le stanze marce della redazione, con le agende sui tavoli, strati di polvere, sporcizia, muffa. Una ‘sospensione cautelare’, scriveva Garzon nell’atto giuridico. Ma dal quel 15 luglio 1998 già tutti sapevano che quei locali si sarebbero trasformati in un sepolcro. Vuoto, perché le idee erano già volate via per inchiostrare altri fogli, per correre di mano in mano, di voce in voce.
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